martedì 17 marzo 2015

Le attività culturali di Gijón: Olga Benito – Parte 1

Da qualche giorno sto partecipando ad alcune iniziative culturali promosse dal comune di Gijón. Sembrerebbe che stia pubblicizzando l’amministrazione locale! In realtà, vivendo la città sia da turista che da abitante, sto apprezzando le tante attività offerte e usufruendo dei servizi che questa città propone ai giovani.

Gijón, infatti, vanta un ottimo servizio per il pubblico giovanile. L’ufficio della gioventù è un centro nel quale poter frequentare dei corsi ed essere indirizzati nel mondo del lavoro, migliorando i propri curricula, partecipando a simulazioni di colloqui in lingua madre e inglese. Un centro che aiuta i ragazzi a sviluppare una propria identità, a costruire un profilo, svolgendo anche attività di volontariato.

Da qualche settimana ho scoperto questo fantastico servizio e la sua agenda ricca di eventi piuttosto interessanti. Oltre ai corsi a cui mi sono iscritta e ai quali ho già partecipato, ho avuto l’opportunità di conoscere due giovani “artisti” spagnoli miei coetanei.

Olga Benito è una ragazza di Barcellona che suona l’arpa da quando aveva 6 anni. Il suo talento musicale è stato riconosciuto da diversi premi ricevuti e dalle tante occasioni nelle quali ha suonato in orchestra o come solista. In occasione dell’evento “Los Conciertos del Museo” ho avuto modo di ascoltare, insieme alle mie amiche, Lucia e Estela, la sua musica e apprezzarne le sue eleganti note. Il contesto, come già lascia alludere il titolo dell’evento, era particolarmente affascinante. 
Tre arti che si incontrano in un unico evento, la musica, la pittura e l’architettura. 
Il concerto si è tenuto, infatti, all’interno del Museo Jovellanos, nel quale si espongono quadri che vanno dal realismo ottocentesco asturiano fino ad alcuni olio su tela e sculture contemporanee. Il tutto situato all’interno di una cornice quattrocentesca, rappresentata dalla casa della famiglia Jovellanos, collocata nella parte storica della città, Cimadevilla. 
Il concerto è stato molto piacevole, la saletta a noi destinata era completamente occupata, segno che il pubblico gijonese partecipa attivamente a queste iniziative. Olga ci ha deliziato con delle sinfonie di F. Alfonso, P. Hindeminth, D. Watkins e di altri compositori.
L’arpa e la sua fedele amica, vestita di colore nero, con pallette sbrilluccicanti attiravano l’attenzione di tutti gli spettatori, anche se gli sguardi alcune volte si spostavano verso le opere d’arte che ci circondavano. Le mani dell’artista si muovevano freneticamente e davano l’impressione di suonare simultaneamente due strumenti diversi. 

Un bimbo con il maglioncino azzurro cielo, posto in prima fila, ad un tratto attirò la mia attenzione. Capelli corti, occhi grandi, nasino a patatina, bocca spalancata, guardava intensamente l’artista e ne ascoltava la sua musica stupito. Sguardo verso l’alto, verso il centro, verso il basso, chissà cosa guardava, forse le sue mani, forse le corde dell’arpa, era talmente concentrato che girandomi attorno mi sembrava l’unico che capisse realmente di musica.
Al termine del concerto, tutti i bambini sono andati attorno all’arpa a toccarla, gli adulti parlavano con Olga, segno che tanta eleganza e distacco definito dai canoni classici era smorzato dal suo essere giovane, alla mano, chiacchierando con il suo pubblico e dando anche brevi informazioni su questo strumento eccezionale.


In alcuni momenti del concerto, chiudendo gli occhi, mi sono totalmente isolata dal contesto e ho solo ascoltato la musica. Adesso, se li richiudo e mi concentro in quel momento specifico, riesco nuovamente avvertire quelle note dolci ed aspre, che potrei solo paragonare alla bellezza di un cigno e al suo suono aggressivo e pungente.

To be continued…

martedì 3 marzo 2015

Una passeggiata per Gijón: le sedute spagnole, high quality of life e digressioni varie.

Nel precedente articolo vi ho accennato la curiosa presenza di innumerevoli panchine tra le strade e le piazze spagnole.

Arrivata in Spagna, ho subito costatato la grande disponibilità delle persone, colleghi che mi hanno fatto conoscere alcuni dei piatti tipici locali, coinquilini che fin da subito hanno voluto includermi nei propri gruppi, amici con i quali ballare la salsa e studiare italiano-spagnolo. Diciamo che la “Spanish Friendness” è conosciuta in tutto il mondo, sintetizzabile anche in due soli baci sulla guancia che ci si scambia non appena conosciuti. Mi ricorda un po’ la mia cultura, da siciliani il bacio sulla guancia è d’obbligo! Non importa di essere sconosciuti, lo si fa e basta! Il mio ragazzo, nonostante le sue origini siciliane, quando i primi tempi veniva in Sicilia si meravigliava di questa cosa così singolare: “Ma come, devo baciare i tuoi compagni anche se è la prima volta che li conosco? E io: sì certo, ai ragazzi due baci e alle ragazze uno.” Lasciavo il suo volto nell’incertezza totale.
Arrivata a Torino,  mi è successa la vicenda opposta, le mie care colleghe universitarie, Giulia e Ilaria, mi guardavano con occhi spalancati non appena cercavo di avvicinarmi e dar loro uno, dico, un unico bacio!
Arrivata in Spagna ho, per così dire, “ribaciato” le mie origini.

Le prime passeggiate in solitaria sono state le più dure ma le più proficue sotto il profilo culturale. Lunghe visite nei musei, passeggiate alla flâneur di Walter Benjamin, scatti fotografici di particolari della città.
In queste occasioni ho potuto notare questa singolare concentrazione di panchine poste lungo le principali vie pedonali, piazze e strade cittadine. All’inizio credevo fosse una caratteristica di Gijón, successivamente,  mi sono resa conto di quanto sia una prerogativa spagnola o per lo meno, della zona centro-settentrionale. Aspetterò di visitare la costa mediterranea per trarre migliori conclusioni!
Il paesaggio è dominato da infiniti spazi il cui vuoto è colmato da alberi e sedute, arbusti che si abbracciano e panchine che vorrebbero essere confortate da presenze umane. Quasi sembra che queste siano calate dall’alto, un disegno così preciso e ordinato, scandito da metri definiti e colori standard.
Non sarà che serva a garantire la tanto amata siesta? Ancora una volta non saprei rispondermi, confido in qualche commento di alcuni dei miei lettori spagnoli. 

Passeggiando per la città si scoprono molte sfumature che altrimenti sarebbero difficili da  cogliere. La città di Gijón, ad esempio, è una città molto pulita, dalla pavimentazione curata esi nota come sia interesse dell’amministrazione rendere la città un luogo ordinato e dall’alta qualità della vita.  Questo valore viene dato anche dagli abitanti che godono degli spazi pubblici. Il sabato e la domenica, le vie pedonali come la Calle Corrida e il Paseo Begoña, sono contraddistinte da un via vai di persone. Chi entra nei negozi, chi passeggia, chi guarda le vetrine, eppure, le famose panchine cittadine rimangono immancabilmente senza occupanti. Un mistero!
Altri prediligono il fronte marino, anche questo, un simbolo di Gijón. Ragazzi che corrono lungo il “paseo del muro”, gente che porta i cani a giocare sulla spiaggia, dove questi ultimi, divertiti ed agitati, sembrano essere le figure più felici di questo quadro. . Altri ancora fotografano le onde del mare e apprezzano il paesaggio marino da seduti, in questo caso, unico nel suo genere, mi è capitato di vedere gente seduta sulle panchine. Peccato che in quel contesto, solo un breve tratto sia caratterizzato da sedute, sarà per questo che ho potuto vedere qualcuno seduto, quelli che abitualmente si seggono sono concentrati in quell’unico punto!

Passeggiando per la città è possibile osservare la natura, l’architettura ma anche la gente, i teenagers e gli altri ragazzi come me, sono uguali in tutto il mondo, colpa anche delle multinazionali e del consumismo.
La mia curiosità si è concentrata sulle donne adulte e anziane, donne distinte al passeggio, donne sedute al bar a bere sidra e a chiacchierare con le amiche, donne sole e accompagnate, donne vestite con pelliccia bruna dalle striature color oro che passeggiano per le vie della città o che escono dalla messa domenicale.             Tracce di una tradizione secolare modernizzata dall’indipendenza femminile.


Le sedute in Spagna:
 Gijón





San Sebastián


Segovia

Salamanca 

 Valladolid

Oviedo

martedì 24 febbraio 2015

L'amicizia all'estero - Parte 2


Il giorno seguente, nella prima parte della giornata, io e Iradi (nome di fantasia) abbiamo frequentato due corsi diversi, scelti al momento dell’iscrizione. Al termine dell’evento, abbiamo fatto una passeggiata insieme, Iradi mi ha fatto da cicerone per la città e il lungomare è stato la prima meta. 
La sabbia color giallo calcarenite, il mare verde-azzurro con leggere increspature dal colore bianco opaco, il vento che soffiava sulla scultura in corten del Chillida, il verde bruno della vegetazione posto ai limiti della costa, il bianco acceso delle panchine e dei lampioni posti sul lungomare e il rosso-arancio degli edifici dal linguaggio poco ortodosso posti a ridosso del mare, solo pochi dettagli dei colori di quel venerdì.
Proseguendo il tour, continuava a riaffiorare nella mia mente il pensiero che ebbi fin dal primo giorno in cui sono atterrata in terra ispanica. - Ma tutte queste panchine in Spagna a cosa servono?- La mia amica ha giustamente risposto che è molto comodo per gli anziani, perché così possono camminare e sedersi a distanza di pochi metri. Il problema è che nel grande repertorio di fotografie che ho scattato in questo unico mese di giri per le città di Gijón, Oviedo, Valladolid, Zamora, Salamanca, San Sebastián, Zumaia ecc, non ho mai avuto l’onore di trovarvi qualcuno effettivamente seduto. Chissà, questo rimarrà un mistero insoluto!
Si è avvicinata l’ora del pranzo, le quattro del pomeriggio. Per un’italiana questi ritmi sono davvero duri! Dopo la cena del giorno prima a base di pinchos, abbiamo deciso di trattarci ancora meglio ed entrare in un locale in cui poter ordinare il menù proposto. Dopo aver letto e tradotto tutti i piatti offerti dal ristorante, ho scelto di mangiare (stavo per scrivere comer :)) un bel revuelto, ben diverso da quello mangiato dai cugini salamantini! Nei paesi baschi, l’uovo è quasi crudo, stesso livello di cottura constatato nella tortilla. 
Come secondo scelgo un bel piatto di baccalà su un letto di patate e pimenton del piquillo, un peperone particolarmente piccolo e carnoso, una vera squisitezza! Infine, come dolce non poteva mancare il pastel vasco, torta tipica della zona a base di crema pasticcera. 
Per riuscire a smaltire quanto mangiato in questi due giorni, decido di accettare l’invito di Iradi e di visitare il paese in cui vive.

Zumaia è un pittoresco comune situato a 40 minuti di distanza da San Sebastián, è caratterizzato dalla forte vocazione sportiva. È una cittadina dalle passerelle in legno dal quale osservare da vicino le zone palustri della città e la foce del fiume Urola, un centro in cui poter camminare e apprezzare le piccole dimensioni, le differenti altezze definite dal colle in cui si trova la zona antica e la pianura del lungomare. È una cittadina in cui poter ammirare le onde del mare che si infrangono all’orizzonte, un luogo in cui poter ascoltare il suono del mare accompagnato dallo scricchiolio del legno delle barche adagiate sulla riva e dal suono dei remi scandito dal “Oooeh…Oooeh” degli istruttori delle tante canoe che si muovono lungo il fiume. 
Zumaia è soprattutto nota, anche se non a tutto il pubblico di turisti, per un eccezionale tesoro geologico, il Flysch. Si tratta di una meraviglia della natura, definita da più strati di sedimentazione, di notevole importanza per gli scienziati poiché in ogni strato di essa è possibile studiare una fase storica della terra. In particolare, il flysch di Zumaia, risale all’epoca dell’eocene. 

È uno scenario che come bellezza geologica posso solo paragonare alla cascata islandese Svartifoss, un paesaggio da sublime kantiano. Da sempre ho avuto un amore per tutto ciò che rappresentasse, fossili, minerali, pietre, rocce, sabbie, un “non so che” che mi porto fin da piccola, quando raccoglievo le “pietruzze” del mare e che mi trascino fino ad ora, arrivando addirittura a creare souvenir con la sabbia nera brillante islandese, una passione, una traccia della mia perenne e nostalgica condizione di bambina. 
Al termine della giornata, è arrivata l’ora di salutarci, per ricordarci di questi momenti trascorsi insieme ci siamo scambiate due cartoline rappresentative dei luoghi visti in questi tre giorni e nelle quali abbiamo scritto dei nostri pensieri. 
L’amicizia che ci lega, come mi ha scritto Iradi via messaggio, è un’amicizia che rimarrà senza dubbio a prescindere dalle distanze geografiche.

Ritornata a San Sebastián, i colori e le musiche del carnevale, gli abitanti e i turisti, i ragazzi e gli adulti in maschera che giravano per le strade della zona antica, la sfilata dei carri con coreografie dai colori scintillanti, mi hanno regalato una cartolina della città che difficilmente potrò dimenticare.

venerdì 20 febbraio 2015

L’amicizia all’estero – Parte 1

Mi tocca interrompere per qualche momento la descrizione delle mete visitate durante il viaggio a Valladolid per concentrarmi su un altro viaggio. Tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio, le mie attività sono aumentate notevolmente, nel giro di due settimane ho visto tre posti differenti, tra viaggi di piacere e quelli di lavoro. Dedico questo articolo ad un’ amicizia scoperta, ad una collega, compagna di corso e di viaggio, se pur per pochi giorni.
In ufficio mi hanno proposto di partecipare ad un importante convegno-corso a Donostia-San Sebastián sui processi partecipativi. L’entusiasmo di visitare un posto nuovo e di prendere parte ad un corso non più da studente ma da professionista, mi ha subito portata ad acquistare i biglietti e partire! Parto da Gijón alle 8:15 del mattino per arrivare a San Sebastián alle 16:00 del pomeriggio, si avete capito bene, quasi 8 ore di pura tortura! Arrivata a San Sebastián, mi informo su come arrivare al Centro Carlos Santamaria, dove si sarebbe tenuto il convegno, giro un po’ per le vie della parte vieja della città e mi perdo tra i numerosi localini di pinchos (pintxos in euskera) che illuminano la città. Dopo la terza esperienza fuori Gijón, si impara a viaggiare da soli, a conoscere la gente con cui vieni a contatto, come avrebbe detto mio cugino a 6 anni, si inizia a “badarsi”, ovvero, a prendersi cura di se stessi. 
Il Centro Carlos Santamaria, si trova nel polo 

universitario della città ed è un edificio di nuova costruzione, con una struttura in legno e grandi vetrate che illuminano l’interno. A chi non conosceva la lingua locale (euskera ovvero il basco) venivano assegnate delle cuffie per  ascoltare la traduzione istantanea. Al primo intervallo, la gente si è alzata e i ragazzi, studenti dell’università, sono usciti a chiacchierare fuori, illuminati da qualche timido raggio di sole. Io, sola in una sala vuota, mi guardavo intorno, vagavo un po’ per la sala, leggevo qualche informazione, insomma, avevo il tipico atteggiamento di chi non sa cosa fare. Dopo il primo sguardo dell’organizzatrice dell’evento, un po’ imbarazzata, anch’io ho deciso di uscire fuori dall’aula, mi sono accomodata per qualche minuto in una poltrona che permetteva di guardare il panorama al di fuori del centro e sono ritornata in aula. Mi sono ritrovata a guardare un cartellone con vari post-it colorati in cui tutti i partecipanti al congresso avevano scritto i propri pensieri sugli interventi appena svolti, ma questa volta accanto a me, con lo stesso atteggiamento tipico di quando si è soli, c’era una ragazza mora, riccia, con occhi grandi e alta quanto me. Mi giro e colgo subito l’occasione per conoscere almeno un’altra persona. Tu eres de aquí? Mi ha subito risposto di sì con un sorriso. Abbiamo chiacchierato un po’ e una volta ricominciata la lectio magistralis le ho proposto di sederci vicine. 

Al termine della conferenza, abbiamo fatto un giro per la città. San Sebastián di notte è un vero incanto, la luce dei lampioni bianchi si riflette sul mare, il faro dell’Isla di Santa Clara, a rotazione illumina i monti Urgull e Igeldo che definiscono i confini della costa.


Dopo aver visto la parte più antica della città, abbiamo attraversato
un ponte dalle caratteristiche parigine per arrivare in una zona nella quale, abitualmente, il mercoledì sera si svolge il pintxo pote. Il pintxo pote è composto dalla parola “pintxo”, la cosiddetta tapa, e “pote” una bibita, ad  un prezzo modico di 2 euro, si può bere e mangiare. Tra un pincho e l’altro abbiamo parlato molto e abbiamo scoperto di avere molti pensieri e passioni in comune. Così, sale come lo spleen di Baudelaire, una sorta di malinconia, che si insinua  quando conosci una persona con cui ti trovi bene a parlare, ma che effettivamente sai di non poter continuare a
frequentare. E allora mi chiedo, come funziona l’amicizia all’estero? Durante un periodo così intenso, in cui si fanno nuove conoscenze, in cui si è più affezionati a certe esperienze poiché collocate in un momento esule dalla quotidianità, come si può convivere con la consapevolezza che tutto questo un domani cambierà? Solo ora posso iniziare ad intuire quella leggera tristezza che ha provato il mio ragazzo rientrando in Italia e che provano gli studenti Erasmus una volta ritornati in madrepatria.


To be continued…

Scusate per la grafica, purtroppo il sito modifica il post al momento della pubblicazione.